I retroscena complessi del «ritorno allo stato selvaggio» («Rewilding») attraverso l’istituzione di parchi e con l’insediamento di grandi predatori

von Georges Stoffel

Con il nuovo problema dei grandi  predatori  l’approccio relativo all’adesione a un progetto di parco assume oggi una dimensione del tutto diversa di alcuni anni o decenni fa. Al tempo che si è firmata ingenuamente la Convenzione di Berna, promossa dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN), che prevede la protezione totale del lupo. In quell’occasione non si era assolutamente coscienti di cosa avrebbe significato il ritorno dei grandi predatori. Allora di lupi non ne esistevano, o solo singoli esemplari, e perciò non si regist- ravano danni agli animali da reddito, o quasi. Nessuno immaginava che l’IUCN avesse progettato e messo in atto sistematicamente e di nascosto il reinsedia- mento del lupo. Nessuno sapeva cosa sarebbe successo.

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In questi ultimi due anni la situazione è cambiata drasticamente, poiché gli attac- chi perpetrati in Svizzera dai lupi a scapito degli animali da reddito sono in forte aumento. Oggi si suppone che in Svizzera si sia in presenza di 30-50 lupi, che ogni anno aumentano del 30%.

Le gravi conseguenze per l’economia alpestre in Francia, con una popolazione di lupi di circa 300 esemplari e con 10‘000 attacchi mortali all’anno, non promet- tono nulla di buono.

L’economia alpestre svizzera si estende su 560‘000 ettari di pascoli alpini, che corrispondono a 1/3 della superficie agricola utile.

In 7300 aziende alpestri si estivano 600‘000 animali. Queste risorse naturali di erba permettono, senza aggiunta di foraggio, la produzione di 100‘000 ton- nellate di latte, il 60% delle quali viene trasformata in circa 5200 tonnellate di formaggio.

In tempi più remoti i parchi godevano del consenso generale. Oggi però, considerando la presenza dei grandi predatori, che mettono a rischio l’esistenza stessa dei contadini e del sistema ecologico unico nel suo genere, creato dall’economia alpestre, questo consenso sta cambiando.

Il reinsediamento evidente, mirato e aggressivo del lupo e di altri grandi predatori, dà una nuova dimensione negativa, finora mai esistita, alla legittimità dei parchi. Nonostante che i fatti dimostrino il contrario, Pro Natura e WWF affermano che la convivenza con il lupo, con sufficiente protezione delle greggi, funzioni bene. Questo non è vero se le popolazioni di lupi prendono il sopravvento e se l’uomo, in seguito alla protezione assoluta del lupo dovuta alla Convenzione di Berna, non può difendersi dallo stesso. Così il lupo impara che non corre alcun pericolo.A memoria d’uomo non si è mai avuta una situazione che permette ai grandi preda- tori di svilupparsi in assoluta libertà. Una presunta situazione che renderebbe pos- sibile la coesistenza pacifica del predatore, che gode dell’assoluta protezione, con gli animali da allevamento, protetti con le sole misure di protezione delle greggi, è una disinformazione mirata delle associazioni per la protezione della natura. Il lupo e altri grandi predatori hanno il compito di promuovere il ritorno allo stato selvaggio di regioni scarsamente popolate. Con il no al progetto di parco nazionale Adula nel 2016 ha preso il via un importante cambio di paradigma. Ai vecchi timori della perdita di sovranità con l’adesione a un progetto di parco si ag- giunge la preoccupazione del propagarsi dei problemi dovuti ai grandi predatori, con conseguenze esistenziali per l’economia alpestre. Inoltre preoccupa anche la pretesa di abolire la caccia, per lasciarla ai lupi e agli altri grandi predatori. La proibizione della caccia dapprima è prevista per i parchi, per creare nuove zone selvagge.

Sarebbe la fine di una cultura alpina millenaria, poiché i parchi si tro- vano nel mezzo di vasti alpeggi dedicati all’economia alpestre.

Unione internazionale per la conservazione della natura IUCN (www.iucn.org)

L’IUCN (International Union for Conservation and Natural Resources) è un’organizzazione non governativa con 1000 impiegati in 62 paesi. È stata fondata nel 1948 e ha membri provenienti da 80 Stati (ministeri dell’ambiente, ecc.), da 120 organi governativi e da più di 1100 organizzazioni non governative. Vi partecipano 16‘000 esperti suddivisi in sei commissioni e scienziati provenienti da 131 paesi. L’IUCN ha il compito di influenzare l’intera società in campo globale per quel che concerne la protezione della natura.

Contro questo obiettivo non c’è nulla da obiettare. Ma l’ampiezza e il potere dell’organizzazione, come pure i budget miliardari per i suoi progetti, nel corso degli anni sono aumentati in modo tale da farle perdere il contatto con la realtà. Questo si può dedurre dalla sua visione del Rewilding con i grandi predatori, praticato in modo arrogante e senza scrupoli, traendo in inganno i propri partner.

L’IUCN ha delegato la realizzazione di questo obiettivo ad una sua sotto-organizzazione, l’“Iniziativa grandi predatori per l’Europa” LCIE (Large Carnivore Initiative for Europe). La strategia del “ritorno allo stato selvaggio”, del “Rewilding” per mezzo dei parchi è un obiettivo dichiarato dell’Unione internazionale per la conservazione della natura IUCN, del WWF e delle sue organizzazioni partner, Pro Natura e molte altre.

Dell’IUCN fa parte un gruppo molto grande di intellettuali che si credono “esseri umani di qualità superiore” alla popolazione contadina coinvolta nel Rewilding, così almeno si esprime l’insigne eugenetico e fondatore dell’IUCN Sir Julian Huxley. Essi progettano dall’alto il futuro del mondo rurale, sebbene non appartenesse loro. La costituzione forzata di parchi in paesi dove la popolazione coinvolta non ha niente da dire, è paragonabile a un’espropriazione.

Secondo Pro Natura i parchi sono d’importanza nazionale e quindi tutta la nazione deve poter votare sulla loro realizzazione. Fanno affida- mento al fatto che strumentalizzando l’84% della popolazione urbana si potrebbe sopraffare quella rurale coinvolta. Per fortuna viviamo in Svizzera, con le sue regole democratiche. Indipendentemente dai processi decisionali si può chiedersi cosa sia più importante in campo nazionale: lo sfruttamento sostenibile degli alpeggi (un terzo della superficie dedicata all’agricoltura) a favore dell’autonomia alimentare con un’alta diversità biologica, o la visione della nascita di aree selvagge popolate dai grandi predatori.

È assolutamente decisivo riconoscere che la fondazione di parchi è una strategia internazionale dell’IUCN

L’IUCN ha suddiviso i parchi di tutto il mondo in determinate categorie e ha definito la gestione della sua protezione, i suoi obiettivi e le relative misure. Nella progettazione di nuovi parchi si applicano queste direttive che in Svizzera hanno ottenuto la legittimazione giuridica con l’entrata in vigore nel 2007 della revisione parziale della Legge federale sulla protezione della natura e del paesaggio (LPN). Pro Natura nel 2005 aveva proposto questa revisione secondo le direttive dell’IUCN, poiché la propria campagna in favore dei parchi lanciata nel 2000 non portava i frutti sperati. Nel relativo messaggio del 2005 (05.027) si legge: “Essa [la revisione] mira a completare l’attuale politica della Confederazione in materia di natura e paesaggio creando un quadro giuridico atto a consentire l’istituzione di parchi d’importanza nazionale.” In occasione dell’adesione a un parco oggi si applica la legge revisata. La confederazione, i cantoni e la direzione del progetto di parco lo gestiscono sotto la guida di un’istituzione scientifica.

 

Uno Stato nello Stato


Lo schema sottostante evidenzia la posizione dominante dell’Unione mondiale per la protezione della natura IUCN e del WWF e la loro influenza sulle reti  internazionali.

Nel 1979 su iniziativa dell’IUCN è entrata in vigore la legislazione europea della Convenzione di Berna e nel 1992 la direttiva europea “Habitat flora-fauna”, con le quali tra l’altro è stata introdotta la protezione assoluta del lupo. Fu così preparato il terreno per il “Piano per il reinsediamento del lupo in Europa” del professor Boitani (università di Roma), entrato in vigore ufficialmente nel 2000. A titolo non ufficiale l’insediamento dei lupi era già iniziato prima (forse una misura per creare fatti compiuti?).

 

Una “nuova classe” vuole accaparrarsi il potere di disporre della natura

Nel corso dei decenni è così andata formandosi una “nuova classe” che si arroga il diritto di interpretare la natura e di disporne. Come sempre sono in gioco sia interessi finanziari per le organizzazioni implicate con i loro progetti, sia il dominio sulle risorse naturali. A dare il tono è l’Unione internazionale per la conservazione della natura IUCN, una lobby cospiratrice nei campi delle scienze virtuali e della pianificazione. Ha un budget annuo di 100 milioni di franchi. Vi si aggiungono donazioni e sostegni finanziari per progetti dell’ordine di miliardi. Dal 1992 novanta miliardi per 4000 progetti.

L’idea del Rewilding si concentra su territori scarsamente popolati, per lo più sfruttati dall’agricoltura e dalla pastorizia, come per esempio l’Arco alpino. Vi fa parte anche il reinsediamento di grandi predatori (lupo, orso, lince ecc.). In special modo il lupo ha il compito di forzare il fallimento dell’economia alpestre nei territori scelti per crearvi zone selvagge.

Già in uno studio francese dell’IUCN e del WWF del 1997 si parla del fatto che “nelle zone dove si sviluppano popolazioni di grandi pre- datori si dovrebbero integrare settori con severe limitazioni per l’allevamento tradizionale di bestiame, affinché non ostacolino lo sviluppo dei carnivori …”

Citazione molto sarcastica, poiché logicamente è giusto il contrario, cioè: siccome i grandi carnivori possono svilupparsi liberamente, ostacolano l’allevamento degli animali da reddito. Ecco cosa si intende per “diritto di disporre della natura” di una nuova classe, che ignora gli allevatori residenti e lascia la società all’oscuro di tutto. https://drive.google.com/file/d/0B9HT6mzNQ VeTExUHJoTXgz-QWc/ view?usp=sharing

 

Il piano d’azione per il reinsediamento del lupo in Europa

Il professore estremista Boitani (alias papa dei lupi) dell’IUCN ha sviluppato dettagliatamente assieme a specialisti l’“Action Plan for the conservation of the wolves in Europe”. Risulta evidente che la situazione odierna con il ritorno dei lupi è stata creata artificialmente per mezzo di questo piano, con il sostegno di molti interventi umani. Ciò significa che il reinsediamento del lupo è stato pilotato con misure mirate, in contrasto con la propaganda che vuol far credere che il suo ritorno fosse naturale. Dapprima si  sono cercate zone naturali poco popolate, adatte al reinsediamento dei grandi predatori. Poi ci si è informati sulla presenza in zona di un numero sufficiente di animali selvatici come cervi caprioli e altri animali da preda. Se non era il caso, si provvedeva a insediarli. Ed ecco che in seguito appaiono improvvisamente i grandi predatori desiderati, come ad esempio il lupo. Sorprende forse, che nel piano d’azione si parli di allevamenti di lupi che procurano la prole necessaria da inserire in popolazioni isolate per migliorarle geneticamente? O che si parli anche di lupi catturati per poi trasferirli altrove, oppure della messa in libertà di lupi in nuove zone?

 

Giocare a carte coperte per mantenere il vantaggio

Per molto tempo questo piano d’azione non è stato accessibile all’opinione pubblica. I critici del reinsediamento più tardi l’hanno scoperto e reso pubblico. Esiste solo in inglese e in francese. Sembra che per difendere gli interessi delle sfere superiori sia lecita la diffusione di men- zogne. Questo è stato fatto per decenni, nascondendo la verità alla popolazione direttamente coinvolta e anche ai loro numerosi partner.

In seguito le organizzazioni IUCN e WWF e i loro membri collaboratori della protezione della natura hanno nuovamente ingannato l’opini- one pubblica, suggerendo che non ci sarebbero stati problemi con il lupo, se solo si fosse prevista una sufficiente protezione delle greggi. In alcune regioni di montagna d’Europa in questi ultimi 20 anni i lupi si sono moltiplicati in modo tale da superare il migliaio di esemplari (in Italia, per esempio, i lupi hanno superato i 2000 esemplari). In Europa attualmente si parla di circa 15‘000 lupi. Con un tasso di riproduzione del 30% in un anno se ne aggiungeranno altri 4‘500.

Anche se, tenendo conto del bracconaggio, si adottasse un tasso più basso, le popolazioni aumenterebbero ogni anno di diverse migliaia di esemplari. Così viene resa impossibile la libera pastorizia tramandata da millenni, nonostante la protezione delle greggi. Gli ultimi contadini  e pastori locali sono costretti a ritirarsi per gli interessi della protezione della natura e far posto ai grandi predatori in una natura assoluta- mente  selvaggia, esente  da attività antropiche.

 

Messa in libertà di lupi in nuove zone

Alcuni passaggi a pag. 8 del piano d’azione (versione inglese) lasciano perplessi:

“In zone dove è auspicabile il reinsediamento dei grandi predatori, bisogna tener conto dei seguenti principi:”

  • “si dovrebbe dare la priorità al sostegno del reinsediamento naturale”
  • “sostenere la riproduzione di popolazioni  incapaci di sopravvivere”
  • “mettere in libertà animali in zone con popolazioni che non sono in grado di sopravvivere, facendo sì che si uniscano a dette popolazioni”

-“mettere in libertà lupi in nuove zone”

 

Una volta che il lupo con i sostegni del caso si è stato insediato, si moltiplica e i giovani lupi emigrano in altre zone. Le organizzazioni ambientaliste affermano allora che il lupo è venuto di propria volontà …

Ritorno allo stato selvaggio con i grandi predatori

In Italia, in Spagna, in Francia e in altri paesi il ritorno allo stato selvaggio è già in corso. Di conseguenza, per esempio negli Abruzzi, in questi ultimi 20 anni il numero del bestiame da reddito è diminuito di più del 60%. Dalle 600‘000 pecore da latte di una volta, oggi ne rimangono meno di 200‘000, che per ragioni di sicurezza sono tenute soprattutto in stalle, dove si devono foraggiare. E la transumanza tradizionale con le pecore, ecologicamente sostenibile, è in via di estinzione.

Questa tragedia è il risultato in tutta Europa della visione e della strategia del “Rewilding” dell’Unione internazionale per la conservazione della natura IUCN e delle sue sotto-organizzazioni. Se si continua di questo passo anche sull’Arco alpino francese saranno sempre più probabili simili risultati  disastrosi.

 

Superfici dei parchi naturali come future zone selvagge

Secondo Narcisse Seppey, ex capo dell’ufficio cantonale di caccia pesca e animali selvatici (DJFM) del Vallese ed esperto di parchi, il tipo di parco naturale corrisponde ad una specie di stadio iniziale di parco nazionale:

 

“… il parco naturale ‘regionale’ è solo una forma snella di parco nazionale, che con i suoi stretti vincoli risveglia timori. Con grande probabilità una volta instaurati i parchi regionali, ci si accorgerà dell’inganno, poiché si svilupperanno nella stessa direzione dei parchi nazionali …”

Questo fatto diventa sempre più evidente se si considera il reinsediamento del lupo e di altri grandi predatori e se si sa che esis- tono piani di collegare i parchi tra di loro come “laboratori” o “campi sperimentali”, di proibirvi la caccia e di insediarvi i grandi predatori. Si può senz’altro dedurre che i parchi regionali, soprattutto se comprendono grandi regioni vicine fra di loro, come nei Grigioni, fungano da stadi iniziali di zone di protezione severamente regolamentate.

 

Arco alpino come obiettivo centrale

Si vuole creare un’unica vasta zona protetta oltre i confini dei paesi

Se si considera il gran numero di parchi nazionali e naturali e di riserve di caccia lungo tutto l’Arco alpino – dalla Slovenia, attraverso l’Italia, l’Austria, la Germania, la Svizzera e la Francia – risulta facile ravvisare la strategia di voler creare una zona di protezione praticamente ininterrotta chiamata “Alpi”. La scarsa popolazione indigena delle vallate remote, anche dei Grigioni, deve lasciare il posto al Rewilding, ottenuto con l’insediamento dei grandi predatori. Già oggi in ogni caso non vi sono più molti contadini.

Così la vedono IUCN, WWF, Pro Natura e altri nel loro cieco zelo del “ritorno allo stato selvaggio.” Proprio come nel modello americano: in zone di montagna poco popolate si crearono degli immensi parchi, come quello di Yellowstone e altri, dove si insediarono i grandi predatori.

 

1000 vaste aree protette nell’Arco alpino

•      13 parchi nazionali
  • 87 parchi naturali
  • 288 zone naturali protette
  • 4 zone naturali mondiali UNESCO
  • 3 riserve geologiche

In tutto 400 zone di protezione per queste categorie principali.

 

Vanno aggiunte ancora circa 600 “forme speciali di protezione” (per esempio zone di protezione del paesaggio, zone di riposo). In totale abbiamo più di 1000 vaste aree alpine protette. Situazione a gennaio 2013, fonte G.I.S.ALPARC.

Un punto cruciale è l’Arco alpino francese, dove con l’allineamento consecutivo di parchi e zone protette, 3 parchi nazionali e molti parchi naturali (vedi cartina), troviamo la più grande intensità di zone protette. Condizioni ideali per il lupo. In queste zone protette si trovano molti pascoli sfruttati dall’alpicoltura. In tutto l’Arco alpino francese il lupo minaccia in modo grave l’agricoltura prativa e pascolativa delle regioni montane. Qui troviamo il maggior numero di lupi e qui avvengono i due terzi degli attacchi da loro perpetrati in territorio francese. Infatti la regione con le “Hautes Alpes”, le “Alpes de Haute Provence”, e le “Alp Maritimes”, conta circa 6‘600 animali uccisi all’anno sul totale di 10‘000 uccisi in Francia. Si tratta di 22 animali al giorno uccisi durante 300 giorni di pascolamento.

 

Un unico Parco nazionale nella catena svizzera delle alpi

Da 100 anni esiste un piccolo parco nazionale svizzero. Nel 2001 i piani euforici di Pro Natura prevedevano sei progetti di parchi na- zionali in Svizzera: il parco del Locarnese (TI), l’Adula (GR/TI), l’Haute Val de Bagnes (VS), Les Muverans /VD/VS), il Matterhorn (VS) e il parco  del Maderanertal (UR).

 

Pro Natura voleva (presa in parola) “destinare un parco nazionale per la circostanza del suo centesimo anniversario e ap- poggiava il ritiro controllato della popolazione da certe vallate alpine”. Per questa associazione i progetti rimasero però un pio desiderio. Grazie ai nostri diritti democratici e anche al diritto codecisionale dei Comuni coinvolti, i progetti vennero respinti, rispettivamente venne annullata la progettazione in seguito alla loro scarsa approvazione. La popolazione coinvolta diffidava degli intenti delle associazioni per la protezione della natura. Nel 2015 venne perfino respinto con un NO all’urna l’ampliamento della riserva biosfera Unesco in Val Monastero, in ambito del parco nazionale.

Nel 2016 nel canton Grigioni e nel Ticino è fallito alle urne l’ambizioso progetto del grande “Parco nazionale Adula”. Con i suoi 1250 km2 sarebbe diventato il parco più esteso nella catena alpina europea! La diffidenza nei confronti di simili progetti è evidente.

Per attuare i loro piani gli ambientalisti fanno uso dell’arma costituita dal Piano d’azione per il reinsediamento del lupo in Europa, forzando in certe vallate alpine il ritiro degli abitanti, al fine di poter realizzare ulteriori zone di natura integrale.

L’insistente opposizione a nuovi parchi nazionali (Vallese, Grigioni e Ticino) da parte della popolazione colpita, e l’aumento degli attacchi al bestiame da parte dei lupi ha risvegliato la consapevolezza di molte persone che ne subiscono le conseguenze.

Le strategie occulte dell’IUCN, del WWF, di Pro Natura e altri, escogitate all’insaputa dei residenti, vengono sempre più a galla. Nelle Di- rettiva Habitat-flora-fauna (Direttive FFH) 92/43/EWG del 21.05.1992 per il mantenimento delle aree naturali, degli animali e delle piante, l’articolo 22 recita: “il reinsediamento avviene dopo aver consultato la popolazione residente”. Questo articolo è stato esplicitamente  ignorato  dall’IUCN  e dalle  organizzazioni ambientaliste.

 

Per decenni non si sono informati dovutamente i residenti e i loro partner associati, che infine sono stati confrontati con fatti com- piuti. Le gravi conseguenze: nel 2016 in Francia sono stati uccisi dai lupi oltre 10‘000 capi di bestiame, dei quali 2/3 nell’Arco alpino. Nel frattempo la popolazione frustrata giunge alla conclusione che non ci si può fidare di queste organizzazioni.

 

Cambiamento di paradigma

Con il rifiuto del Parco nazionale Adula nel 2016, nonostante i 16 anni di pianificazione e i 10 milioni di franchi spesi, ha avuto inizio un importante cambiamento di paradigma. Questo si può anche interpretare come una risposta della popolazione residente alla politica occulta relativa ai grandi predatori operata dalle organizzazioni ambientaliste. Nel frattempo per gli agricoltori e non solo è evidente, che il lupo è stato introdotto ad arte per portare avanti “un ritorno alla natura selvaggia”.

La presa di coscienza su questo tipo di politica, che mette in serio pericolo l’importante e rilevante economia alpestre, sta mettendo in guardia i residenti che vi si oppongono con tutte le loro opportunità.

Invece del parco nazionale Adula, si vuole un piano B

In vari posti, dove il parco nazionale è stato respinto, si stanno progettando parchi naturali come piani B. Sembra che nell’ambito del proget- to Parc Adula fallito ora si voglia ingrandire il parco naturale Beverin al Nord del passo del San Bernardino e sul lato sud dello stesso creare un nuovo parco naturale confinante con il Beverin. Questa nuova strategia riguarda i Comuni con la maggioranza di popolazione non contadina, che ha votato pro Parc Adula. Ricordiamo che i comuni con la prevalenza di popolazione contadina hanno respinto il progetto.

Come sempre i fautori dei parchi argomentano in modo suggestivo, asserendo per esempio che per le attività della popolazione residente non cambia nulla.

I motivi contro l’adesione a un parco

L’asserzione che “nonostante l’appartenenza a un parco, in vista del suo uso futuro, non nascono nuove disposizioni di legge né restrizioni in merito a singole possibilità di sfruttamento”, se si conoscono tutti i dettagli, è ingannevole. Basandosi sull’esperienza del rifiuto del Parc Adula, i promotori dei parchi naturali affermano che questo tipo di parco non ha zone nucleo totalmente protette, adatte all’insediamento di lupi, nel caso che la sua protezione dovesse un giorno essere revocata.Anche questo è illusorio, poiché i parchi naturali, come ad esempio il Parco Ela e il parco Beverin, hanno delle grandi riserve di caccia federali che si possono considerare come zone nucleo. Con ciò la somma di più riserve di caccia dà luogo a grandi superfici protette. Interessante notare come queste si propaghino a macchia d’olio nell’arco alpino …?

È vero che per i Comuni non ci saranno restrizioni nello sfruttamento del loro territorio se aderiscono a un parco, come da sempre si asserisce?

 

 

Uno studio pubblicato in febbraio 2017 dall’Istituto per la biologia evolutiva e per le scienze ambientali dell’Università di Zurigo (respons- abile della ricerca: Gabriele Cozzi, che lavora assieme a KORA per progetti dell’IUCN) vuole dimostrare dove in Svizzera i lupi troverebbero ottime condizioni di vita.

Risultato: queste zone si trovano in regioni dell’Arco alpino addette alla pastorizia. Osservando le cartine si vede che nell’Arco alpino svizzero le riserve di caccia sono ripartite in modo uniforme e si trovano spesso in parchi già esistenti o in fase di pianificazione. Facendo il conguaglio di queste cartine con i luoghi adatti per i lupi e per i grandi predatori dello “studio” zurighese (Vedi appendice), questi Habitat si trovano esattamente nei parchi, nelle riserve di caccia e nelle zone protette.

E’ interessante notare che nella zona dell’altipiano non si trovano riserve di caccia. Non è un caso, ma fa parte della strategia europea del Rewilding. Questa pianificazione è riassunta a pag. 4-6 in “Pro Natura Standpunkt”: “Welche Schutzgebiete braucht die Schweiz” (quali zone di protezione necessitano alla Svizzera), approvato il 22 aprile 2006 (vedi appendice). I seguenti commenti di Pro Natura dovrebbero essere rappresentativi per tutte le organizzazioni affini, compresa l’associazione mantello IUCN:

 

“Con ciò il lavoro svizzero nelle zone di protezione si inserisce in un contesto internazionale. Gli Stati firmatari della ‘Convenzione della diversità biologica’ (CBD) hanno riconosciuto che le zone di protezione sono un elemento essenziale per raggiungere l’obiettivo CBD e ridurre in modo significativo la perdita mondiale di biodiversità fino al 2010”.

“Nel ‘Programme of work Protected Areas’ gli Stati si sono prefissi di realizzare sistemi di protezione nazionali della natura, completi, rappresentativi e ben gestiti.”

“Anche sul piano europeo la Svizzera ha degli obblighi e cioè nell’ambito della ‘Convenzione di Berna’ della ‘Convenzione di Bonn’, della ‘Convenzione delle Alpi’ e della ‘Convenzione europea per il territorio’ con la ‘rete SMARAGD del Consiglio d’Europa’, come pure di altri accordi”. Queste Convenzioni e reti sono state fondate con la collaborazione dell’IUCN.

“Questa iniziativa globale per le zone di protezione è stata preparata dall’’IUCN World Park Congress’, nel 2003 a Durban in Sudafrica.”

 

Sciami di intellettuali volano alle conferenze internazionali e progettano fra di loro nella torre di avorio il mondo ru- rale del futuro, senza una qualsiasi relazione con la cultura millenaria di queste regioni. Essi pianificano al tavolino verde senza tener conto delle antiche strutture, cresciute organicamente. Gli Stati coinvolti firmano contratti internazionali e convenzioni senza che i diretti interessati possano prenderne conoscenza. Le alte sfere dei pianificatori ignorano la popolazione indigena che viene tenuta all’oscuro di tutto ciò.

 

Obiettivo virtuale pianificato per la Svizzera

Per la Svizzera sono previste da 200‘000 a 300‘000 ettari di zone nucleo addizionali con un corrispondente multiplo di ettari protetti parzialmente nelle zone periferiche.

“Queste superfici si intendono quali aree naturali integrali, cioè allo stato selvaggio e zone nucleo di parchi nazionali (secondo l’IUCN zone protette della categoria I e II), in vista di animali migratori, come cervi e lupi. Perciò va anche considerata una ripartizione rappresentativa delle aree selvagge. Desunto dai dati presentati relativi all’interno del paese e ai paesi vicini, l’assegnazione dell’8 % della superficie terri- toriale, ovvero di circa 300‘000 ettari di area selvaggia, per la Svizzera è una base di discussione appropriata.”

“Concretamente la Svizzera crea parchi nazionali e aree naturali integrali di vaste dimensioni.”

“Nelle Alpi del nord, centrali, occidentali e del sud, in aggiunta al parco nazionale svizzero situato nelle Alpi orientali, deve nascere almeno un nuovo parco o un’area selvaggia con almeno 100 km2 di zona nucleo senza sfruttamento”.

Teoricamente per la Svizzera questo significa almeno quattro nuovi parchi nazionali. In futuro però ci sarà probabilmente un solo parco nazionale svizzero. L’obiettivo previsto, come già menzionato, non è stato raggiunto, poiché la popolazione coinvolta diffida delle intenzioni delle organizzazioni ambientaliste. Infatti cinque dei sei progetti di parchi nazionali previsti finora sono stati respinti. Questo fatto aumenta la pressione sulla rivalutazione di aree di parchi naturali e di riserve di caccia, per trasformarle in aree naturali integrali.

“Nei parchi naturali e regionali, certe zone protette devono essere arrotondate e unite, l’uso ricreativo canalizzato e il territorio sviluppato in modo mirato”. E’ evidente cosa intende Pro Natura con “Territorio sviluppato in modo mirato”.

 

La somma di tutte le zone nucleo deve dunque comportare circa 3000 km2 (8 % del territorio nazionale). Senza altri parchi nazionali ciò non è possibile. Di conseguenza si vuole ora letteralmente

“Trasformare gradualmente le riserve di caccia o le zone IFP (Inventario federale dei paesaggi e dei monumenti naturali d‘importanza nazionale), le superfici di parchi naturali e altre zone protette, in aree selvagge”.

Esistono già 42 riserve di caccia con una superficie totale di quasi 150‘900 ettari, che poi assieme alle altre zone protette all’interno dei parchi, in seguito al rifiuto dei progetti di parchi nazionali, saranno estesi alla superficie doppia, cioè a 300‘000 ettari, in aree selvagge. Queste assomiglieranno poi alle zone nucleo nei parchi nazionali.

 

La parzialità del nostro insigne guardacaccia nell’UFAM (BAFU)

Degno di nota è il fatto, che il nostro sommo guardacaccia Reinhard Schnidrig, capo dell’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM), respons- abile per le riserve di caccia, già prima dell’anno 2000 ha partecipato al piano d’azione dell’IUCN per il reinsediamento dei lupi in Europa.Vi faceva parte anche Urs Breitenmoser, fondatore e gestore dell’organizzazione per i grandi predatori KORA (kora.ch).Vedi nell’ap- pendice:  interdipendenze  e  schema IUCN-Svizzera-Schnidrig.

Ambedue sono coinvolti attivamente nel reinsediamento dei lupi, rispettivamente dei grandi predatori, strategicamente pianificato a livello paneuropeo. Essi sostengono la politica dell’Iniziativa grandi predatori in Europa, (Large Carnivore Initiative of Europe LCIE) dell’IUCN, la quale secondo una perizia francese del 2017 risulta sempre più audace:

quale reazione all’ordine statale di eliminare in Francia 36 lupi nel 2016, in febbraio 2017 uscì prontamente una perizia francese del Museo nazionale competente e dell’ufficio statale della caccia e della selvaggina (ONCFS). L’ONCFS può essere paragonato alla sezione caccia e fauna selvatica dell’UFAM, che viene gestita da Reinhard Schnidrig. Questa perizia arriva alla conclusione, “che 300 lupi rappresentano una situazione fragile per il mantenimento della specie. Per far sì che in Francia la popolazione possa sopravvivere, dovrebbero esistere almeno 2500 – 5000 lupi maturi sessualmente”. Vedi la perizia a pagina 23, capitolo iii, ultima frase.

(http://www.pyrenees-pireneus.com/Faune/Loups/France/Rapports-Etudes-Plans-Reflexions/2017-02-17-Expertise-scientifique-collecti- ve-devenir%20-population-loups-France-Demarche-evaluation-prospective-horizon-2025-2030-viabilite-long-terme.pdf).

“Non si dovrebbe intervenire contro la diffusione dei lupi. La migliore protezione per i lupi sono le grandi aree naturali abbandonate dall’agricoltura …”

Questa citazione conferma l’intenzione di rendere impossibile la pastorizia con l’introduzione dei lupi nelle aree naturali scarsamente popo- late dell’Arco alpino alfine di realizzare aree naturali integrali (“Ritiro ordinato dell’uomo da certe vallate alpine”). Il nuovo studio dimostra, che questa intenzione è espressa in modo sempre più aggressivo. Si vogliono testare le reazioni, per realizzare in un secondo tempo questi obiettivi, adattandoli in campo europeo. In Francia oggi si contano 300 lupi con oltre 10‘000 animali da rendita uccisi. Non riusciamo a immaginare come sarebbe lo scenario, qualora ci fossero dai 2500 ai 5000 lupi.

Se si sa che il signor Eric Marboutin è capo dei progetti dei grandi predatori nell’ONCFS statale e anche coautore dello studio, allora la testimonianza della perizia non desta meraviglia. Il signor Marboutin ha anche una funzione nel LCIE (Iniziativa grandi predatori in Europa) dell’IUCN. Assieme a Eric Marboutin anche Urs Beitenmoser del KORA svizzero, è uno stretto amico e collaboratore di Reinhard Schnidrig in seno al LCIE dell’IUCN. Ambedue, come già menzionato, hanno dato il proprio contributo al Piano d’azione per il reinsediamento del lupo in Europa

Sappiamo, che a livello mondiale molti ministeri dell’ambiente e uffici pubblici sono membri dell’IUCN e quindi sono spesso influenzati da scienziati vicini all’IUCN. Il coinvolgimento dell’IUCN in istituzioni statali predominanti (ad esempio l’UFAM, che è membro dell’IUCN), è parte del Piano d’azione europeo per la reintroduzione del lupo e dei grandi predatori. L’UFAM è parte res- ponsabile per le azioni di reinsediamento del lupo e non di meno per le gravi conseguenze a svantaggio dell’agricoltura. Quale cosiddetti “Partner dirigenti” (Framework Partners) dell’IUCN in Svizzera, la Direzione per la cooperazione allo sviluppo DEZA, l’Ufficio federale per l’ambiente UFAM e il segretariato di stato per l’economia SECO sostengono finanziariamente questa organizzazione globale.

In seno all’UFAM Reinhard Schnidrig è competente per la gestione dei grandi predatori e per  le riserve  di caccia. In questa funzione è anche il maggior datore di lavoro di KORA in Svizzera. Egli è anche presidente di un progetto nell’ambito dell’IUCN per un parco nazionale in Mongolia (takhi,org) che comprende fra l’altro progetti per la protezione del lupo. Se si sa inoltre, che il segretario di questo progetto è Christian Stauffer, oltre a ciò direttore amministrativo della “Rete dei parchi svizzeri” (paerke.ch, membro dell’IUCN), si pone la questione se il signor Reinhard Schnidrig, quale impiegato federale, possa ancora definirsi neutrale. Molte delle sue comparse in pubblico palesano il sostegno degli interessi delle lobby favorevoli al reinsediamento del lupo e dei grandi predatori. Come superiore può quindi influenzare la politica dell’ubicazione delle riserve di caccia e delle aree protette.

 

Aree selvagge o naturali integrali contro economia alpestre

Nell’area o riserva naturale integrale non sono ammesse attività antropiche di nessun tipo; nel nostro caso interventi colturali, agricoli e silvo-pastorali. È per il tramite della protezione dei grandi predatori che si vuole raggiungere questo scontro. Infatti a queste condizioni la millenaria economia alpestre, la quale ha creato una composita biodiversità, non è più possibile. In queste aree ci sono molti alpeggi sfruttati quali superfici pascolative. Per la popolazione la gestione dell’agricoltura nei parchi risulta con questi condizionamenti assai gravosa, perché l’obiettivo delle zone di protezione e dei parchi naturali è l’ingrandimento delle aree selvagge, quindi la sparizione dell’economia alpestre.

Il motivo del crescente dissenso nei confronti di progetti di nuovi parchi è da ricercare nella più che giustificata diffidenza da parte della popolazione locale, dopo che la stessa ha denudato le strategie dell’IUCN, dei suoi membri e dell’UFAM (Ufficio federale dell’Ambiente). Per quanto attiene la problematica relativa all’insediamento del lupo, tale sfiducia ha raggiunto attualmente il suo apice. Con la problematica dei grandi predatori e l’acuta minaccia nei confronti della pastorizia e dell’economia alpest- re, si è evidenziata una nuova dimensione negativa dei parchi, la quale rende impossibile lo sfruttamento tradizionale, ecologico e di valore, a lungo termine.

Il raggruppamento di parchi camuffato sotto nuovi nomi

Un comunicato del 2017 dell’Associazione nazionale francese per la reintroduzione dei grandi predatori “Ferus” (ferus.fr.), un membro dell’IUCN, svela pure la strategia che viene perseguita in queste aree. Essa illustra la creazione di un nuovo progetto nel seguente modo: “Il Dipartimento ‘La Lozère’ (dove si estende pure il parco nazionale delle Cevenne), con i suoi 5000 km2 di superficie, è la regione meno popolata della Francia. Tale territorio ha un parco nazionale e presto avrà anche due parchi regio- nali. Non potrebbe diventare questa zona un’area sperimentale, un vero laboratorio dell’ecologia agraria nella grande natura, per la riabilitazione del lupo? E questo grazie al fatto che si investono tutti i mezzi possibili per una coesistenza pacifica tra il predatore e l’allevamento di bestiame”.

Questa enunciazione vuole mostrare ciò che si vuole, e cioè la creazione di smisurate aree naturali abbandonate dall’uomo. Dall’altra parte si mira a minimizzare, a lusingare e disinformare, per conquistare a sé la popolazione urbana. Chi non vorrebbe una “coesistenza pacifica”? Sia l’allevatore che il lupo, l’orso o la lince ambiscono di poter vivere pacificamente l’uno accanto all’altro. Questo sarebbe bello, addirittura paradisiaco in questo nostro mondo attuale dominato dalle crisi. Il cittadino che vive in città non è comunque direttamente implicato. Esso associa il lupo al sogno di una natura intatta, per lui ormai perduta. Perciò è facilmente disposto a credere che il lupo non costituisca un problema. Il lupo vien così visto come icona, alla quale bisogna porgere le proprie scuse per i torti da lei subiti nel passato. Di questo fanno uso le associazioni ambientaliste per dividere con la disinformazione – a proprio vantaggio – la società. E con ciò ottengono pure sostegno finanziario. Per Pro Natura e WWF il lupo è davvero una miniera d’oro. Ad esempio, Pro Natura ha un budget annuale di 35 milioni di CHF (fra cui donazioni). Un vero “commercio di indulgenze” in chiave moderna, a scapito degli agricoltori e pastori residenti in loco dai tempi più remoti.

 

Le esperienze della storia dell’umanità e degli ultimi anni dimostrano che una coesistenza pacifica tra una totale protezione dei lupi selvaggi e l’allevamento in un paesaggio antropizzato (detto anche paesaggio culturale), malgrado la protezione delle greggi, è e rimane un pio desiderio. È nello studio francese del 2017 che si scopre la vera faccia della lobby del lupo; infatti nello stesso viene espressamente detto che “la miglior protezione dei lupi sono le aree naturali abbandonate dall’agricoltura…”. Si vuole la “Rewilding”, ossia la rinaturalizzazione di grandi territori e l’abbandono di questi da parte degli allevatori.

Più questa menzogna della coesistenza pacifica viene sostenuta, più i lupi potranno moltiplicarsi annualmente a mig- liaia in Europa, cosicché sempre più allevatori abbandoneranno la loro professione. Questi territori saranno così liberi per la rinaturalizzazione. Questo è il vero obiettivo perseguito. A memoria d’uomo non si ricorda che i grandi predatori abbiano potuto prolificare liberamente.

A livello europeo, l’obiettivo dell’IUCN e dei suoi membri è la successiva trasformazione dei parchi naturali in aree naturali integrali, da realizzare nello scorrere degli anni con l’introduzione di ulteriori progressive misure di protezione.

Non è dovuto al caso che esista già una serie di parchi confinanti con il Parc Adula, quest’ultimo rifiutato dal recente verdetto del popolo. Infatti a ridosso della regione dell’Adula sta già ora una grande zona concatenata con il Parco Nazionale in Engadina (che a sua volta confina con il molto più esteso parco nazionale italiano dello Stelvio), con il Parco Ela e il Parco Beverin. Se si fosse realizzato il Parc Adula, a tutt’oggi il 30% del Cantone dei Grigioni sarebbe territorio sotto tutela dei parchi.

 Nelle strategie della Rewilding, simili scenari come quello prefigurato nei 5000 km2 del grande Dipartimento “La Lozère” (F) sono l’obi- ettivo verso cui si punta anche nei Grigioni. Alla luce di tutto questo viene allo scoperto una strategia comune europea da attuare in tutto l’Arco alpino.

Obiettivo strategico: abolizione della  caccia

Un simile divieto assoluto di caccia è previsto dapprima per i parchi, nei quali si trovano già adesso grandi bandite di caccia (42 asili equivalenti a 150‘900 ettari) e dove la caccia è già tuttora vietata. Come già accennato, nell’ambito di queste aree si convertiranno sempre più in aree selvagge anche i territori che già sottostanno ai divieti previsti per l’IFP (inventario federale dei paesaggi, siti e monumenti d’importanza nazionale), le bandite di caccia, i parchi naturali e altre zone di protezione. Previsti sono 300‘000 ettari di aree naturali abbandonate, all’interno delle quali i grandi predatori dovrebbero assumere la funzione della caccia. In questo caso si farà in modo che l’economia alpestre verrà via via abbandonata, di modo che nuove aree naturali integrali si creeranno per forza d’inerzia.

Questi territori, conquistati in tale modo dalle associazioni per la protezione della natura e dall’IUCN, sarebbero paragonabili alle zone centrali nei parchi naturali.

Quest’obiettivo vuol essere raggiunto a livello europeo, con una strategia a tutto campo e a suon di miliardi. A tutto ciò noi, contadini di montagna – insieme con consumatori, biologi, ambientalisti, politici e altri ancora –, ci opporremo perché vogliamo salvaguardare il grande patrimonio tramandatoci dell’agricoltura e della pastorizia, attività queste basate sulle superfici prative e pascolabili, che hanno dato vita a un ecosistema di pregiatissima biodiversità.

Con un divieto di caccia si raggiunge l’opposto. Si persegue un presunto ideale che vede i grandi predatori come i nuovi cacciatori, che in qualità di regolatori dei contingenti devono rendere la caccia superflua, ovvero proibita.

Nel contempo verrebbe favorita la proliferazione dei grandi predatori. Intenzioni simili esistono in tutta Europa come strategie sovranazi- onali, accompagnate dall’obiettivo comune della creazione di aree naturali abbandonate. Vedi carta Arco alpino Europeo, con 1000 zone protette.

Gli iniziativisti sono presenti ovunque sul web e nei social media, sostenuti finanziariamente in modo assai generoso dai soci dell’IUCN. Vedi www.wildbeimwild.com. Qui leggiamo che il cacciatore non avrebbe il diritto di preda. Quest’ultimo spetterebbe solamente al lupo e agli altri grandi predatori, i quali a corta o a lunga scadenza dovrebbero sostituire de facto la caccia su tutto il territorio. Uno scenario impensabile per l’atavica e diffusa cultura dell’economia alpestre e della pastorizia. Queste strategie non si lasciano più camuffare.

Questo sarebbe la fine definitiva di una cultura alpina millenaria.

 

Perdita della biodiversità e tracollo del paesaggio rurale, detto anche paesaggio culturale

La nostra grande biodiversità non è stata creata dalla pianificazione virtuale di un esercito di ricercatori che trasformano i parchi nel loro posto di lavoro e in un campo sperimentale. No! Il paesaggio culturale, modellato con dedizione, passione e tantissimo sudore della fronte, è il frutto di un’atavica attività, vissuta intensamente da parte dei nostri agricoltori indigeni. Ciò che gli atti- visti delle lobby, che roteano intorno all’IUCN, ci danno da intendere, affermando di operare in favore della protezione dell’ambiente, mira esattamente al contrario, se si guarda la realtà: quali disastri hanno già causato le loro pianificazioni e le loro trasformazioni/manipolazioni nell’allevamento del bestiame e nell’ecologia nell’Arco alpino?

 

È sotto gli occhi di tutti che nelle discussioni, negli studi e nelle strategie le vere conseguenze per la millenaria econo- mia alpestre vengono occultate.

 

Il discorso si riduce alla protezione delle greggi. Quest’ultima può rivelarsi effettiva, e ciò è stato dimostrato, soltanto dal momento in cui i lupi vengono educati a non approcciarsi troppo alle attività umane. La rinaturalizzazione e l’economia alpestre sono estremamente poco compatibili fra di loro e, se già, soltanto sotto uno stretto controllo degli effettivi dei lupi.

 

In qualità di comuni di contadini di montagna, che godono ancor sempre di un’autentica autonomia comunale, non dovremmo più lasciarci trascinare in trattative in cui si baratta il nostro territorio ad armi impari, e cioè per noi con il predatore già servito nel sacco. Tanto meno dovremmo aderire a parchi dal momento che risulta sempre più evidente che le condizioni ambigue che stanno dietro a dette strategie minacciano la nostra esistenza. La Legge federale sulla protezione della natura e del paesaggio (LPN) garantisce uno sviluppo durevole e sostenibile delle nostre regioni di montagna, senza dover rinunciare alla nostra sovranità con l’adesione a parchi, e senza lasciarci mettere sotto tutela da organizzazioni mondiali come l’IUCN e dai loro membri.

 

Teniamoci stretta la nostra economia alpestre, perché essa è a tutti gli effetti sostenibile, importante e rispettosa delle caratteristiche del nostro paesaggio; conserviamo la locale produzione di energia sostenibile, come lo sfruttamento dei torrenti per l’energia idrica, i siti per la produzione di energia eolica con le relative infrastrutture necessarie, le quali nelle zone di protezione non sono quasi più realizzabili.

 

Considerazione  conclusiva

Quanto più ci si addentra in questo tema, tanto più si rimane perplessi. Infatti le accademie scientifiche, le associazioni, le organizzazioni

– sia internazionali che nazionali e regionali implicate nella faccenda –, nonché le rappresentanze politiche e amministrative sono molto numerose e nello stesso tempo svariate, molte delle quali sono membri dell’IUCN. (Vedi iucn.org). Le interazioni fra di loro sono difficili da monitorare e in parte contrastanti, perché da una parte l’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) e le organizzazioni per la protezione della natura associate hanno come obiettivo la Rewilding (rinaturalizzazione), mentre che dall’altra parte altre associazio-  ni e politici puntano sulla promozione economica regionale e il relativo coordinamento, dato che la situazione demografica in tante regioni di montagna è stagnante, se non addirittura calante. Si cercano sinergie nell’agricoltura e nell’industria del legno, nel turismo, così come nello sfruttamento delle energie rinnovabili per mezzo dell’acqua, del sole e del vento. In che modo o maniera i parchi dovrebbero favorire simili progressi, è per nulla chiaro.

Nelle discussioni pro o contro i parchi, questo rappresenta una delle maggiori controversie, in quanto proprio la protezione della natura fa sua, come pretesto di legittimazione, veramente la promozione economica. Questo argomento nell’interesse di tutti viene sovrapposto a tutto il discorso, al fine di non contrastare progetti di parchi.

 

Una volta realizzato un parco, entrano in vigore i modelli e le limitazioni legali per i parchi, i quali sono stati ampiamente elaborati dall’ICUN e dalle associazioni ambientaliste. In merito alla protezione della natura, nelle “carte dei parchi” stanno enunciati che ci dovrebbero preoccupare, come “priorità”, “in primo piano”, “tenendo conto di…”, “conciliabilità/compatibilità rispetto alla protezione della natura”, “promozione dello sviluppo sostenibile”, “non pregiudicare/nuocere”, “le misure di protezione hanno la precedenza, la cessazione dello sfruttamento potrebbe essere la conseguenza”, ecc. ecc. Questo è un linguaggio chiaro e inequivocabile. Con “cessazione dello sfrutta- mento” è intesa soprattutto l’economia alpestre nelle zone centrali. Ma pure nei confronti della produzione di energia elettrica prodotta con l’acqua di torrenti alpini o impianti eolici nei paesaggi non antropizzati, le associazioni ambientalistiche oppongono resistenza, in quanto le stesse considerano queste aree degne di conservazione.

 

Lo stesso principio vale per l’ampliamento di infrastrutture nei settori dell’agricoltura, dell’industria e del turismo. I promotori dei parchi che finanziano i progetti, come l’Ufficio federale dell’ambiente, Pro Natura e il WWF, non stanziano denaro se non ottengono una contro- prestazione ecologica. Chi paga, comanda! Le organizzazioni che pianificano e operano nella penombra, sono talmente svariate che per il comune cittadino è quasi impossibile scoprire gli intrallazzi.A colloquio con attivisti e promotori di parchi ho dovuto constatare molte volte con stupore come essi conoscano ben poco queste interconnessioni. Essi considerano un simile progetto come oggetto unico, regionale ed indipendente, per cui spetta a loro l’ultima parola. Non c’è per nulla da stupirsi in quanto vien sempre detto e scritto che lo sfruttamento agricolo non cambierà per la popolazione colpita e che su tale oggetto del contendere si potrà in ogni caso votare di nuovo dopo dieci anni. In realtà una disdetta del contratto/accordo a posteriori non è più possibile per singoli comuni.

Per una disdetta/uscita anticipata del contratto del parco occorrono i 2/3 dei comuni che compongono il parco e nell’assemblea dei de- legati sono richiesti addirittura i 3/4 dei votanti. A queste condizioni, il discorso sul valore aggiunto per la regione è molto discutibile. Per l’economia agraria alpestre la nuova problematica inerente i grandi predatori è semplicemente di importanza vitale. Ma anche il turismo è colpito. Il numero crescente di cani da protezione per le greggi che vagano liberamente sul territorio ostacolano il libero accesso ai sentieri per escursioni. Sorgono sempre più conflitti con gli escursionisti e si registrano a volte anche incidenti gravi (zannate). E di conseguenza problemi  giuridici  per gli allevatori.

 

Nella Charta del progetto del Parc Adula stava scritto che: “La tradizionale gestione agricola degli alpeggi è possibile e auspicabile fintanto che nella zona centrale lo sviluppo libero della natura non è compromesso”. Siccome i contratti regolamentano sia il dare che l’avere, nonché i diritti e i doveri, in simili accordi andrebbe fissato che: “Lo sviluppo libero della natura nella zona centrale è possibile e auspicabile fintanto che non compromette la gestione tradizionale degli alpeggi”.

Questo sarebbe un contratto equo. Così come nel frattempo vorrebbero raggiungere i responsabili del parco nazionale delle Cevenne (pa- trimonio dell’UNESCO), dopodiché nel parco hanno potuto provare scientificamente le gravose conseguenze della presenza del lupo sulla pastorizia. Il label UNESCO è minacciato perché la popolazione di lupi in crescente aumento mette in serio pericolo la grande e pregiata biodiversità presente nella regione. La controversia fra l’economia alpestre, che garantisce sia la biodiversità che la sostenibilità, e asso- ciazioni estremiste come l’IUCN, il WWF, Pro Natura e altre ancora, che per il tramite dell’introduzione del lupo e di altri grandi predatori vogliono trasformare l’Arco alpino in un’esclusiva area naturale integrale, rischia di infiammarsi.

Noi, contadini di montagna, insieme a consumatori, biologi, ambientalisti, politici e altri ancora, opporremo resistenza! Infatti noi vogliamo conservare il patrimonio dell’agricoltura e della pastorizia basate sullo sfruttamento delle superfici prative e pascolative e che promuovono l’agro-biodiversità. Mostriamo alla società i mostruosi danneggiamenti cau- sati dalla presenza del lupo: paesaggi destinati all’incuria, rimboschiti ed inselvatichiti, migliaia di animali da reddito uccisi, con il conseguente abbandono di regioni pascolative ed alpeggi in cui prospera una preziosissima biodiversità. Riportiamo l’attenzione sui nostri valori millenari di cui vive ed approfitta l’intera società. Proteggiamo l’agricoltura e la pastorizia tipiche delle nostre regioni di montagna, così come sopra descritte. Conserviamo la carne genuina, il buon formaggio, gli spazi naturali curati e coltivati, nei quali ognuno si può muovere liberamente e trovare ristoro senza alcun pericolo. Questi sono valori che noi abbiamo creato con amore, impegno e sudore della fronte per il bene di tutti e che stanno a cuore anche a chi abita nei centri urbani.

A queste condizioni, per l’economia alpestre nuovi progetti di parchi costituiscono una minaccia assai seria e a lungo termine, con conse- guenze irreparabili.

 

Georges  Stoffel, Avers, Grigioni/Svizzera, aprile 2017

 

Allegati:

  • Kurzfilm Wolfsproblematik: https://youtu.be/Jwod0j6kAj4 (Cortometraggio sulla problematica dei grandi predatori)
  • Actionplan for the conservation of wolves in Europe: http://t1p.de/1wzg (Piano d’azione per la con- servazione del lupo in Europa)
  • Plädoyer Wissenschaftler Weidewirtschaft: http://t1p.de/oqqg (Disquisizioni scienziati sulla pastorizia)
  • Erhalt Biodiversität: http://t1p.de/8un0 (Conservazione biodiversità)
  • Park und Wolf: http://t1p.de/wx5i (Parco e lupo)
  • Verflechtungen Schnidrig: http://t1p.de/h5v5 (Relazioni ambigue di Schnidrig)
  • Schema IUCN-Schweiz-Schnidrig: http://t1p.de/j9tt (Rappresentazione grafica relazioni IUCN-CH- Schnidrig)
  • Zürcher Studie Wolfs-Lebensbedingungen: http://t1p.de/q6a8 (Studio Uni ZH sulle condizioni di vita del lupo)
  • Pro Natura Standpunkt: http://t1p.de/4rcp (Visioni Pro Natura, con le spiegazioni sugli strumenti e le convenzioni/gli accordi internazionali)

 

Fonti:

Foto: Georges Stoffel, Fotolia (via Erwin Kirsch) Illustrazioni:

Pag. 1: www.rewildingeurope.com Pag. 13: Archivio Stoffel

 

Carte: www.wildruhezonen.ch; www.alparc.org  

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