Uno studio, condotto dal team di scienziati dell’Università La Sapienza di Roma e pubblicato su Biological Conservation, rivela che il lupo sta naturalmente ricolonizzando le Alpi: una ricolonizzazione che è cominciata dalla porzione occidentale dei massicci alpini – italiani, francesi e in parte anche svizzeri -, dopo circa un secolo di assenza. Per questo il team ha realizzato un modello di previsione dell’espansione potenziale della specie affinchè sia utile ai decisori politici.

Lupo

Il territorio analizzato durante lo studio comprende l’intero arco alpino e, con i suoi 300.000 Km2,tocca ben 8 differenti nazioni (Italia, Principato di Monaco, Francia, Svizzera, Germania, Liechtenstein, Austria e Slovenia). Il coinvolgimento di tutte queste realtà nazionali rende quanto mai necessaria una collaborazione internazionale, finalizzata sia alla coordinazione delle politiche di intervento, sia alla verifica dell’efficacia del network di aree protette già esistente. Come ci riferisce Luigi Boitani – coautore dello studio -, una collaborazione vera e propria non è prevista nel modello: tuttavia, è già attivo un percorso di cooperazione tecnica tra tutti i paesi alpini nell’ambito della Convenzione delle Alpi sui grandi carnivori. In futuro sarebbe ideale lavorare anche sull’intesa politica, perché la collaborazione riguardi tutti i livelli.


Benché lo studio abbia considerato tutto l’arco alpino, ci sono porzioni di territorio non adatte a sostentare la presenza del grande carnivoro. Da questa considerazione è nata l’esigenza di un modello che tenesse conto dei fattori ecologici del territorio e delle peculiari esigenze della specie in esame per ricavarne la distribuzione potenziale.

Abbiamo chiesto a Luigi Maiorano – autore anch’egli – in cosa consista esattamente il modello prodotto. “L’assunto di partenza è molto semplice: le specie non sono distribuite a caso nello spazio, ma in relazione a caratteristiche ambientali e biologiche. A partire dalla presenza della specie in particolari aree, si possono costruire modelli statistici che individuino le caratteristiche ambientali di queste aree e le estrapolino nello spazio. Il risultato finale è una carta della distribuzione potenziale che evidenzi – sulla base di caratteristiche ambientali minime indispensabili – tutte le aree potenzialmente idonee, in maniera indipendente dalla presenza o meno della specie in ognuna di esse”.

Pur esistendo modelli precedenti di distribuzione potenziale, quello del team romano è il primo ad estendersi sulla totalità della regione alpina (all’interno e al di fuori dei confini nazionali) e a tener conto del fatto che la specie sia attualmente in fase espansiva.

Dalle rilevazioni effettuate è stato possibile appurare che le Alpi racchiudono una grande percentuale di aree perfettamente adeguate alla sopravvivenza di popolazioni di lupo: queste aree rappresentano un serbatoio non trascurabile che, in futuro, potrebbe favorirne l’ulteriore espansione. I fattori presi in considerazione per stabilire l’idoneità o meno di una determinata area – le caratteristiche minime indispensabili sopracitate – sono stati la presenza di prede e di un’ampia copertura forestale, l’altezza dei rilievi e i livelli di disturbo antropico.

Oltre all’inevitabile divisione del territorio in aree idonee e meno idonee, un’ulteriore differenziazione di cui tener conto è quella in aree protette e non: le prime, sulle Alpi, si assestano intorno al 28% e di questa percentuale, quasi la metà (il 47%) ricade all’interno di aree altamente idonee alla sopravvivenza del canide. In accordo ai risultati dello studio, tale percentuale di habitat protetti sembra sufficiente alla conservazione del lupo sulle Alpi, ovverosia non risulta necessario integrare la porzione di territorio già sottoposta a tutela con nuove porzioni.

Partendo da questo presupposto, abbiamo chiesto ad un terzo autore, Paolo Ciucci, in che modo, allora, fosse necessario intervenire sul territorio: “Innanzitutto si dovrebbero limitare e prevenire i danni al patrimonio zootecnico, attraverso l’adozione di tecniche di allevamento e misure gestionali adeguate alla presenza di un predatore sul territorio, nel rispetto delle esigenze produttive e dello sviluppo delle popolazioni locali. Interventi, chiaramente, da non limitare alle aree protette, ma a tutti quei luoghi in cui la probabilità di presenza del lupo risulti elevata. Inoltre, si rivelano necessari programmi di educazione e sensibilizzazione, rivolti sia al pubblico in generale che ai singoli portatori d’interesse (allevatori, agricoltori, cacciatori, enti turistici, ambientalisti…), atti ad aumentare il livello di partecipazione informata alle problematiche gestionali.

“Gli obiettivi devono essere l’incremento di tolleranza nei confronti della specie e il raggiungimento di compromessi tra la conservazione del carnivoro e la tutela degli interessi economici delle popolazioni locali. Il lupo, nell’intero arco alpino, è ormai una realtà con cui rapportarsi. Anche nel rispetto degli impegni presi a livello comunitario”.

Un fattore positivo per le interazioni tra uomini e lupi che è stato riscontrato è la crescente naturalità del territorio alpino: una probabile conseguenza del decrescere dell’influenza umana su di esso.

Tuttavia, nelle aree in cui l’uomo è presente e il lupo sta ritornando, la “novità” può causare problemi di convivenza: “la ri-colonizzazione può essere vissuta in maniera positiva o negativa, dipendentemente dai pregiudizi culturali pregressi, dal livello e dalla qualità delle informazioni corrette che vengono veicolate” – continua Ciucci. “È importante fare attenzione a quelle categorie che potrebbero risentirne maggiormente – ad esempio gli allevatori -, incentivandole verso forme di comportamento maggiormente adeguate alla presenza di un grande carnivoro sul territorio. Stando al nostro modello, pertanto, la sfida non è di carattere ambientale, quanto piuttosto sociale”.

Dal modello, dunque, risulta più urgente volgere i propri sforzi alla gestione e conservazione delle popolazioni di lupo già presenti, alla riduzione dei conflitti con l’uomo e alla connessione delle aree esistenti in un network facilmente accessibile agli animali in dispersione. Quest’ultimo fattore, in particolare, è forse tra i più importanti, posta l’alta vagilità della specie, la sua capacità di muoversi anche attraverso habitat di qualità bassa e la fase di espansione che sta vivendo. Per tale motivo si è scelto l’intero arco alpino come area di studio, nonostante la presenza della specie, al momento, si attesti esclusivamente nella porzione occidentale e in poche sporadiche altre aree. Tuttavia, per predirne la distribuzione, ci si è avvalsi unicamente di dati raccolti in aree occupate da popolazioni stabili, tralasciando gli sporadici riscontri.

Il modello proposto dagli scienziati dell’Università romana, insomma, non vuole limitarsi ad una predizione fine a se stessa dei luoghi in cui il carnivoro in futuro potrebbe fare la sua comparsa, ma soprattutto fornire indicazioni pratiche di gestione attiva e concertata. Nella pratica, ciò si traduce in una valutazione di quanto siano efficaci le attuali misure di conservazione transfrontaliera e nell’identificazione delle zone in cui i lupi potrebbero inoltrarsi nell’immediato futuro al fine di attuare misure preventive da parte delle realtà locali e di raggiungere soluzioni di coesistenza tra attività antropiche e sussistenza della specie.

Rappresenta, infatti, un utile strumento per la conservazione di una specie ad elevato interesse comunitario, lungo un territorio – quello alpino – anch’esso di rilevante importanza. Utile dicevamo, dunque, per i paesi coinvolti, per quelli che in futuro potrebbero esserlo e, più in generale, per l’intero ecosistema in cui il lupo è inserito.

 

Riferimenti:

A. Falcucci, L. Maiorano, G. Tempio, L. Boitani, P. Ciucci, 2013. Modeling the potential distribution for a range-expanding species: Wolf recolonization of the Alpine range. Biological Conservation, Volume 158, February 2013, Pages 63–72.

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