Per il Parco naturale Adamello Brenta il progetto Life Ursus che 15 anni fa rappresentava l'ancora di sopravvivenza ora potrebbe diventare il cappio al collo che ne decreta il fallimento

Poschiavo - 17.09.2014 - L’orso, grazie all’elevato impatto sull’immaginario collettivo, è senza dubbio a pieno titolo una specie bandiera e ombrello:utilizzare la sua immagine, o farne l’oggetto di un progetto di conservazione, implica attrarre su di sé l’attenzione di un ampio pubblico. Il Parco Naturale Adamello Brenta (PNAB), partendo da queste considerazioni, ha scelto di fare dell’orso il proprio simbolo, mettendolo al centro del proprio logo.

Rileggendo il documento ”L’impegno del Parco per l’orso: il ProgettoLife Ursus", a cura dell’Ufficio Faunistico del Parco Naturale Adamello Brenta si nota che solo una minima parte prevista dallo studio di fattibilità è stata realizzata e ora il parco si trova a gestire più di 40 orsi, ma le risorse finanziare sono esaurite. Nel bilancio 2014 figurano solo 25'000 € provenienti dall'Unione Europea per la gestione di "Life Ursus" . Una bazzecola se si pensa ai costi causati da un solo orso come JJ3 o M13 e ora M25.

Promuovere un’immagine negativa delle iniziative di conservazione in generale e ad alimentare una sfiducia nelle istituzioni ed in particolare nella professionalità e capacità operativa degli enti preposti alla gestione faunistica

I risultati dello Studio di fattibilità sottolineavano le notevoli difficoltà che il Progetto si troverà ad affrontare: “il Progetto rappresenta probabilmente, sia per le caratteristiche della specie, sia per le condizioni socio-economiche dell’area di immissione, il più ambizioso intervento di conservazione attiva della fauna mai tentato in Italia. (…) L’eventuale insuccesso dell’intervento comporta rischi non solo per la conservazione della specie, ma soprattutto per il potenziale impatto sull’opinione pubblica, in quanto tenderebbe a promuovere un’immagine negativa delle iniziative di conservazione in generale e ad alimentare una sfiducia nelle istituzioni ed in particolare nella professionalità e capacità operativa degli enti preposti alla gestione faunistica”. È quello che sta avvenendo

Coinvolgimento dell'opinione pubblica interessata

Tra le tappe obbligatorie individuate dallo Studio di fattibilità era incluso il coinvolgimento dell’opinione pubblica, che avrebbe dovuto essere informata sui presupposti organizzativi e sull’andamento del Progetto. Su questa base, il “Programma di divulgazione” delle Linee guida individua una strategia comunicativa di dettaglio, che prevede un confronto continuo con i cittadini, con particolare riferimento ai “gruppi di interesse”. Ma il confronto continuo con i cittadini interessati non c’è mai stato.

Gestire 50 orsi con 25'000€? 

Il protocollo ammette che nel caso in cui sia necessario ricatturare un orso pericoloso, sia la squadra di emergenza a tentare la ricattura e, se necessario, a trasferire l’esemplare in un apposito recinto. Ma chi gestirà gli orsi nei recinti? E con quali risorse? Ora ce ne sono già due e Daniza doveva essere la terza.Il resoconto effettuato a conclusione della liberazione di tutti gli orsi catturati in Slovenia nel Parco (fine 2003 con circa 10 orsi) evidenzia che la squadra di emergenza è intervenuta regolarmente, dovendo talvolta agire con opere dissuasive sugli animali, con una media di circa 20 uscite per anno. Ora con 40 orsi sono 80 uscite all’anno. Si vogliono finanziare con i 25'000 € dell’UE? Chi finanzia le uscite regolari dei guardiacaccia ad esempio del Cantone dei Grigioni, della Provincia di Sondrio, ecc?

La gestione dei casi critici

Masun - Il primo caso critico cui il COO deve far fronte si verifica il 23 agosto 2000 quando Masun, il primo orso reintrodotto, perde il radiocollare, grazie al sistema sperimentale di allargamento e distacco. È passato poco più di un anno dalla liberazione dell’esemplare sul territorio trentino ma già non funzionano più neanche le marche auricolari. Per la prima volta si deve rinunciare a monitorare un esemplare tramite gli strumenti radiotelemetrici e si può ricorrere soltanto alle tecniche naturalistiche, ossia agli indici di presenza. Se dal punto di vista della pianificazione progettuale la perdita del controllo diretto sugli esemplari era contemplata e data per scontata, dal punto di vista comunicativo, invece, l’episodio rappresenta il primo banco di prova per i rapporti con l’opinione pubblica. 

Daniza a Riva del Garda - Neanche un mese più tardi, il 20 settembre 2000, è Daniza la protagonista di un nuovo episodio degno di nota: l’orsa compare in tarda serata nel piazzale di una pizzeria a Riva del Garda. Immediato l’intervento dei Vigili del Fuoco, chiamati dai gestori, subito seguiti dalla squadra di emergenza del Progetto. Daniza, introdotta pochi mesi prima nel territorio del Parco, viene “spinta” dal team composto da personale del Parco e della Provincia verso i vicini boschi. Grazie a questo intervento, in poche ore l’orsa riconquista la zona boscata del Monte Brione senza che ci sia bisogno di utilizzare sedativi né tantomeno di catturare l’animale. L’episodio ha forte risonanza sulla stampa locale.

Gasper sul Doss Trento - Gasper, liberato in Val di Tovel il 7 maggio 2002, come “da copione” nei primi giorni dal rilascio si dedica all’esplorazione del nuovo territorio. È così che il 16 maggio 2002 raggiunge il Doss Trento, alle porte della città, dopo aver scavalcato il cancello di ingresso del parco cittadino. L’azione della squadra di emergenza e il coordinamento del COO anche in quest’occasione sono fondamentali per la tutela delle persone e del plantigrado

Già queste prime esperienze dovevano far suonare sirene d’allarme agli esperti:  con l'aumento dei plantigradi sarebbero aumentati anche i casi critici un indice che alla lunga il progetto non era sostenibile, se non con interventi costanti e costosi.

Fino ad oggi il Parco si è disinteressato dei casi critici causati dai suoi orsi al di fuori del suo territorio, lavandosi le mani dei problemi causati agli altri. Non è stata certo una buona politica per l'immagine della Provincia di Trento, che proprio dal Progetto si aspettava un ritorno d'immagine positiva.

Un errore di fondo catastrofico e incredibile degli esperti

Con tutti gli studi fatti dagli esperti che hanno introdotto 9 femmine e 3 maschi (ora sono diventati una cinquantina di orsi), non si è pensato che il patrimonio genetico è sempre quello iniziale. I poveri JJ3, M13 e ora M25, che si aggiravano da noi alla ricerca disperata di un’orsa, non potevano e non possono far altro che tornare nel loro territorio di provenienza ed accoppiarsi con il loro consanguinei. Gli episodi di accoppiamento tra consanguinei non porteranno che a minori tassi di natalità, riduzione della sopravvivenza o riduzione della capacità riproduttiva - tutte conseguenze possibili che potrebbero in futuro accrescere i rischi di estinzione di una popolazione già ridotta. È l’unico epilogo possibile di un progetto in via di fallimento. Ovviamente nessuno delle decine di esperti che alle spalle del progetto hanno lucrato se ne vorrà assumere la responsabilità. Tantomeno il direttore del Parco, che anche grazie al progetto Life Ursus, ha uno stipendio annuo lordo di 85'000€.

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