«Bisogna tornare a far fieno e a pascolare, guardando al turismo» Il problema dei lupi resta in primo piano: servono soluzioni idonee

di Vittorio Zambaldo

Convegno Erbezzo Palalinte

C'è molta strada da fare in montagna, anche perché, per andare avanti, bisognerà tornare indietro per cambiare direzione. L'immagine rende l'idea del succo delle relazioni che, per tre ore, hanno tenuto incollati gli ascoltatori al Palalinte di Erbezzo nel convegno che l'amministrazione comunale ha voluto per celebrare l'anno internazionale dell'agricoltura familiare, promosso in collaborazione con le associazioni Tutela della Lessinia e Amamont (Amici degli alpeggi e della montagna) e con il patrocinio della Regione.

In premessa lo svizzero Plinio Pianta, presidente di Amamont, ha sollecitato a non guardare più supinamente all'abbandono della montagna: «Ognuno cominci a salvare il suo alpeggio se si vuol far vedere che le aree alpine possono essere risorsa per contrastare l'esodo e l'abbandono, perché la qualità della vita in montagna è unica ed invidiabile».
Fabio Zivelonghi, presidente dell'Associazione Tutela della Lessinia ha ribadito che gli associati «si stanno organizzando per idee e proposte di sviluppo e per rimediare a scelte non condivise, con la forza che viene dalla coesione di gruppo e dalla condivisione di obiettivi. Per noi la montagna è fondamentale, fonte primaria di sostentamento e i suoi abitanti orgogliosi di essere montanari».

Dopo un'inquadratura generale della Lessinia dal punto di vista geografico, geologico e storico, Ugo Sauro, già docente di Geografia fisica all'università di Padova, non ha mancato di denunciare mali ben conosciuti: lo spopolamento; il consumo di territorio causato dal proliferare di cave, seconde case, capannoni avicoli e di suini con conseguenti inquinamenti dell'acquifero, fino all'emblematica foto di uno scorcio ripreso a decenni di distanza con il bosco che ha chiuso quelli che erano spazi aperti e sta assediando i paesi, come le serre di fragole assediano le contrade. La sua proposta è di un turismo a basso impatto, qualità dei prodotti locali, «e soprattutto investire di più in cultura ed educare al paesaggio».

Giulio Cozzi, docente al Dipartimento di Medicina animale, produzioni e salute a Padova, ha messo il dito nella piaga di una zootecnica ipertrofica che ha ammorbato la montagna: «Alle razze autoctone si sono sostituite autentiche calamità, come la Frisona, selezionata in Olanda con nessuna esperienza in altitudine, arti leggerissimi perché non doveva camminare ma solo diventare una macchina da latte. Negli ultimi vent'anni si è perso il 25 per cento di superficie foraggera nell'arco alpino, accompagnata da una moria di aziende (meno 59,9 per cento) e di presenze animali (meno 29,4 per cento). Bisogna tornare a far fieno e a far pascolare la montagna e i punti di svolta sono: una politica che riconosca all'allevatore il servizio di tutela ambientale; valorizzare le tipicità zootecniche; unione virtuosa con il turismo che però richiede formazione e riscoperta della propria identità», ha concluso Cozzi.

L'esperienza piemontese è stata raccontata da Luca Battaglini, del Dipartimento di Scienze agrarie, forestali e alimentari dell'università di Torino, che ha parlato di ritorno di famiglie alla pastorizia, citando dati Istat che parlano di tremila giovani con meno di 35 anni che tornano a fare i pastori, complice la crisi, ma anche la scelta di un'imprenditoria indipendente. La proiezione di un filmato su giovani famiglie che hanno scelto questo tipo di vita è stato illuminante per capire motivazioni e convinzioni.
Infine per la parte delle relazioni, è stato emblematico l'intervento di Fausto Gusmeroli, docente al Dipartimento di Scienze agrarie e ambientali, produzione, territorio, agroenergia dell'università di Milano che ha sgomberato il campo da una falsa convinzione di sostenibilità che mette al primo posto l'economia, richiamandosi al precetto dei Pellerossa: «La Terra non ci è data in eredità dai nostri padri ma in prestito dai nostri figli». «Non è solo una risorsa economica, ma un luogo che abitiamo e l'idea che la vita sia competizione porta alle degenerazioni che oggi vediamo. Il cambiamento è da fare in testa, rovesciando la gerarchia della sostenibilità che chiede di esser prima ambientale e sociale e poi economica: sostenibile è ciò che è armonioso con la vita e le altre persone», ha concluso.

Anche dal pubblico sono venute sollecitazioni per una visione di futuro che è stata definita «profetica», con un ritorno alla cooperazione nel baito di contrada, con la richiesta d'impegno da parte delle istituzioni per una soluzione idonea al problema dei lupi e con l'esempio della riscoperta della pecora Brogna, un percorso sostenibile che l'associazione di tutela ha fatto secondo le indicazioni di Gusmeroli.

Nelle conclusioni monsignor Bruno Fasani, prefetto della Capitolare ha citato «il cortile educativo, dove la crescita non era affidata ai genitori ma alla contrada, dove ti sentivi parte di un progetto: oggi i giovani sono assenti perché pensano che qui in montagna non ci sia nulla perché soffocati dalla cultura digitale appiattita sul presente, mentre ci sono relazioni umane e storie da scoprire». 

Fonte www.larena.it

 

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